Il luoghi della memoria sotto il nuovo tessuto urbano

di Andreea Simionel

Cicles. Sono cicles che la gente sputa per terra”. Questa la risposta più plausibile alla domanda di che cosa siano quelle macchie rotonde, grigie o biancastre che popolano il lastricato delle strade di Torino. “I marciapiedi della mia città sono pieni di sorprese”, sosteneva con maggior rigore scientifico Primo Levi, in un articolo comparso su “La Stampa” nel 1984. In un momento in cui, per tristezza o pigrizia, anima e sguardo aderiscono al pavimento, lo scrittore e chimico torinese indaga “le eccellenti proprietà meccaniche” delle gomme da masticare scolpite nella pietra.
Il suo sguardo si sofferma anche sulle due forature a forma di prisma davanti al numero 9 bis di Corso Re Umberto. Due apparenti buchi qualsiasi, atti a diventare pozzanghere nei giorni di pioggia, ma Levi sa che si tratta di tracce in cui la storia ci parla con eloquenza ammonitrice: punti in cui i marciapiedi hanno conservato memoria degli spezzoni incendiari lanciati alla cieca su Torino dalla Luftwaffe nel corso delle incursioni aeree della seconda guerra mondiale. Questi ordigni erano progettati in modo da cadere verticalmente, trafiggendo tetti e strade. Viene da pensare, al Levi di oltre trent’anni fa che cammina a testa bassa con le mani in tasca, alle voci macabre che circolavano, di cittadini che da questi ordigni erano stati trapassati dalla testa ai piedi.
I segni sulla pietra sono storie che solo Torino ci sa raccontare. Se i marciapiedi, i palazzi, le finestre delle case e i loro portoni non fossero altro che un confuso reticolo di frammenti di memoria, potremmo pensare di salire sulla collina di Superga. Qui, invece di goderci il panorama di una Torino prospera, i tetti rossi e la Mole, potremmo accendere le immaginarie corde vocali di una città del passato; di una Torino ferita dal bombardamento alleato nella notte tra il 20 e il 21 novembre 1942, così come descritta dal partigiano Emanuele Artom nei suoi Diari: “A un certo punto, quando gli spari cessano, qualcuno si affaccia al portone e torna dicendo che tutta Torino brucia. Allora salgo con papà e vedo una visione impressionante. Il cielo tutto rosso per chilometri e chilometri. Le serrande dei negozi divelte e contorte, in terra larghe macchie bianche, il fosforo lasciato cadere dagli inglesi. Sembra che una nuvola di fuoco, resa ancora più luminosa dall’oscurità, gravi su Torino“.
Altri segni, meno sinistri e minuti di quelli nascosti nell’asfalto, sono racchiusi in edifici quali gli stabilimenti Fiat a Mirafiori, simbolo di una Torino da sempre operaia e antifascista. Leggenda vuole che Mussolini, durante la fredda inaugurazione del 1939, sia sceso dal palco prorompendo in un soffocato “Città di merda!”. Troppo scarso era l’entusiasmo degli operai mobilitati per celebrare la più moderna fabbrica automobilistica d’Italia, e troppo serrata sarebbe diventata la resistenza partigiana, che proprio con gli scioperi di Mirafiori avrebbe dato inizio alla fine del consenso nei confronti del regime.
Altri segni ancora sono i muri della città, solide presenze che accompagnano la nostra esistenza quotidiana, i nostri tragitti a casa, a scuola o al lavoro; in realtà, si tratta di spettatori inermi di un passato di cui poco ci rimane. Così è nel caso del Martinetto, all’incrocio tra corso Svizzera e Corso Appio Claudio: un innocuo giardinetto circondato da palazzi è stato il palcoscenico silenzioso che ha visto la morte di oltre sessanta partigiani condannati a morte dal fascismo nel 1944. All’interno del sacrario, poco visibile perché più basso rispetto alle vie che lo circondano, una teca contiene i resti di una sedia usata per le fucilazioni.
Anche l’Italia tutta verrà liberata”, scrive l’ufficiale e partigiano Pedro Ferreira, poche ore prima di essere giustiziato nel poligono di tiro del Martinetto. “[…] E allora sarà per voi la vita, l’aria, la luce, il sole, la gioia di aver combattuto e vinto, e l’esultanza della libertà raggiunta… siate felici… addio… un abbraccio a tutti, vostro Pedro”.
Di intrecciare i fili sfatti della memoria nel tessuto urbano si occupano gli spazi espositivi del Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà di Torino; questi pongono al centro la città durante il decennio 1938-1948. Museo “diffuso” perché, come spiega il direttore Guido Vaglio, “la storia è attorno a noi, è scritta nei luoghi che attraversiamo ogni giorno”. Così, un palazzo, una strada o un giardino vengono messi in luce per offrirli a chi non ne ha memoria o consapevolezza. Ma soprattutto, “diffuso perché nessuna generazione può considerarsi indipendente dal proprio pasato: occorre sapere di quale storia siamo il prodotto”.
Camminando per le vie di Torino, Levi aveva anche notato che le gomme da masticare si concentrano vicino ai bar e ai caffè più frequentati: “infatti il masticatore che vi si dirige è costretto a sputare per liberarsi la bocca”.
Se ci lasciassimo condurre dalla scia dei cicles più fitti, ci troveremmo, per esempio, davanti al numero 340 di via Paolo Veronese. Dell’ex bar dell’Angelo non è rimasta traccia, soppiantato dal “Yong Hao”, ristorante cinese, pizzeria e specialità pesce. Ma una targa apposta nel novembre 2016 ci aiuta a ricordare che in quest’angolo di Torino, nel 1979, ha perso la vita il proprietario del locale, Carmine Civitate, assassinato dai terroristi di Prima Linea.
Un picco di densità nelle gomme da masticare si nota anche di fronte al numero 64/A di Via Francesco Millio. Qui un piccolo solco al centro della serranda verde, chiusa da tempo, è l’unico segno che ricordi la Torino degli anni di piombo: liscio al tatto, non notato ai passanti, questo segno di proiettile racconta la morte accidentale di Emanuele Iurilli, uno studente rimasto coinvolto nel conflitto a fuoco tra polizia e terroristi.
È inevitabile che la pianta di un agglomerato urbano muti; insieme ad esso, gli invisibili luoghi della memoria si nascondono sotto strati di nuovo tessuto urbano. Sembra che muri, piazze e giardini abbiano orecchie e occhi migliori dei nostri. È facile pensare che persino le gomme da masticare incivilmente sputate a terra abbiano visto più storia di quanta ne sappiamo noi.
Ma è proprio lì, in quei pochi centimetri di marciapiede in cui si intrecciano storia di cicles e storia delle bombe in tempo di guerra, della Resistenza e della deportazione, che il cittadino o visitatore deve perpetuare la memoria, intessendo il presente con un viaggio virtuale nel passato.
 I passi di Primo Levi, nella passeggiata per le strade di Torino, si fermano davanti alla sua casa di Corso Re Umberto 75. Lo scrittore è, come tutti i torinesi, un cittadino che nutre per la sua città un amore razionale, da cui non si lascia accecare; la ama come si amano le pareti domestiche, sa che non è bella ma funzionale e industriale, sa che per colpa della sua sconfinata riservatezza, tipicamente piemontese, il resto del paese è concorde nel definire Torino il “frigorifero d’Italia”. Malgrado questo, conclude dicendo: “Abito a casa mia come abito all’interno della mia pelle: so di pelli più belle, più ampie, più resistenti, più pittoresche, ma mi sembrerebbe innaturale cambiarle con la mia”.

Questo articolo ha ricevuto una menzione alla X edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

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