L’arte di Coco il rivoluzionario

di Domenico Agasso 

In seguito alla mia attività nei movimenti rivoluzionari, dovetti abbandonare Montevideo e il mio Paese per quindici giorni. Quei quindici giorni sono diventati quasi quarant’anni”. Trentotto anni, a essere precisi, che sono finiti nel 2011, quando la capitale dell’Uruguay ha ufficialmente riabbracciato, accogliendolo come un eroe nazionale, l’artista-rivoluzionario Nilo Maria Cano Correa dei Paiva, detto Coco, con documentari, interviste e servizi speciali su tv, radio e giornali nazionali, e poi ospitando e promuovendo due sue mostre, una nel municipio di Montevideo e l’altra – intitolata I colori dell’anima. Coco Cano, una storia singolare, una vita, un esilio politico – nel Mume, il Museo della Memoria della Dittatura. A riceverlo con tutti gli onori e a presentare le sue rassegne artistiche c’era il sindaco di Montevideo, Ana Olivera, varie altre autorità nazionali politiche e civili, e poi il suo amico Eduardo Galeano, celebre scrittore uruguaiano. “È stato il week-end della mia vita, il culmine, l’apice della parabola della mia esistenza”, ha commentato a caldo Coco Cano.   
cb-agasso-1 È il 1973 quando Coco, dopo avere studiato all’Accademia Nazionale delle Belle Arti di Montevideo, lascia l’Uruguay, un Paese “messo in ginocchio dalla recessione, con la ricchezza accumulata nelle mani di poche famiglie”. Nato a Montevideo nel 1952, Coco è cresciuto “in un Paese che era all’avanguardia per i diritti sociali, racconta, e godeva di un certo benessere economico, tanto da essere considerato la Svizzera dell’America Latina”. Ma questa ricchezza è stata gestita male “e così, dopo alcuni anni, è arrivata la recessione che ha messo in ginocchio la nazione”. Il sistema inizia a scricchiolare, si decompone, e una situazione quasi idilliaca sfocia invece in un colpo di stato, con l’esplosione della protesta sociale. “Chi tentava di rivendicare i propri diritti veniva sequestrato e torturato”, racconta Coco. Emergono le condizioni che portano all’ascesa al potere dell’esercito: “Decisi allora di entrare a far parte del Movimento indipendente insieme a tutti i miei amici che erano con me nel gruppo parrocchiale: a quell’epoca avevo 21 anni, i capelli lunghi, e suonavo la chitarra”.Arrestato più volte, come i suoi tre fratelli, Coco viene anche torturato. Molti suoi amici muoiono, altri pagano con sofferenze indicibili. “A un certo punto siamo dovuti scappare in Argentina, ma poi anche lì tutto è precipitato: se possibile l’oppressione è diventata ancora più dura”. Coco e i suoi compagni decidono di fuggire di nuovo, e lo fanno pensando di stare via pochi mesi. Invece passeranno anni. Per alcuni una vita intera.  
Prima in Spagna, dove Coco ricomincia a suonare, e soprattutto a dipingere. È il 1976. Poi va in Francia, in Germania e infine raggiunge alcuni amici in Italia. Non pensava di fermarsi molto. Solo che incontra Giuliana. E Coco si innamora di lei e anche dell’Italia, in particolare del Piemonte. Lavora come musicista, con il gruppo “Cantovivo”. Studia fotografia e fotocomposizione, collabora con alcuni architetti, disegna, ma rimane un esule senza permesso di soggiorno. Per averlo deve ottenere un lavoro regolare. Allora “con l’aiuto dei genitori di Giuliana apriamo una cartolibreria che mi permette di acquisire la cittadinanza”
Poi però Coco intraprende un’altra strada, lascia una fonte di reddito sicura in cambio del tempo che vuole avere, totale, per la sua arte. Nel 1982 realizza la prima mostra in Italia, a Treiso d’Alba, grazie all’interessamento di Carlin Petrini. E subito dopo alcuni suoi disegni accompagnano etichette di vini pregiati.  
E oggi, trent’anni dopo quella scelta di vita, nella sua bella casa nel centro di Carmagnola (“città che amo, in cui ho messo le mie nuove radici perché valorizza appieno la mia vena artistica”), si possono ammirare tutte le forme con cui presenta la propria arte: dipinti, quadri, ma anche oggetti di design, sottovasi, scatole del caffè macinato. 
Coco infatti sperimenta in svariati campi, dalla ceramica a cuoio, legno, cartapesta, tessuti, fino alla grafica e alla pittura. In passato si è anche dedicato alla tessitura con il telaio aprendo un atélier, sviluppando studi sul colore e sulle forme, ispirandosi alla tradizione indigena sudamericana. Per le sue opere grafiche utilizza tecniche semplici, colori naturali e materiali poveri. Opera anche nel campo del design e dell’arredamento, eseguendo lavorazioni in vetro, ceramica e ferro. “L’artista è uno che crea, spiega, e io sono fortunato, perché mi sento un artista, e sono riuscito a trasformare la mia creatività nel mio mestiere”
cb-agasso-2A fargli compagnia mentre è al lavoro nel grande laboratorio, oltre alla moglie Giuliana e al figlio ventiquattrenne Federico, ci sono il cane Willy e il gatto Kubrick. Lo stile di Coco è influenzato, “ma non vincolato, perché cerco sempre di usare solo la mia espressività artistica”, dal maggiore artista uruguagio del secolo scorso, il costruttivista Joaquin Torres Garcia. 
Nelle sue opere Coco riporta sempre la cultura latino-americana: “Mischio i colori del Messico, la gioia del Brasile, la malinconia del Rio de la Plata e i disegni peruviani”. Tutto questo trattando i temi della terra, dell’acqua, del fuoco, della luna e delle stelle. In trent’anni ha partecipato a decine di esposizioni in Sud America, Spagna, Francia, Belgio, Inghilterra e in tutta Italia. E poi ha pubblicato fiabe illustrate per bambini e libri da collezione, ha ideato scenografie teatrali. Coco ha ammiratori e clienti in tutto il mondo, “ma le soddisfazioni più grandi arrivano dai bambini che incontro quando vado nelle scuole a raccontare la mia storia: vederli riprodurre i miei dipinti è la gratificazione più bella ed emozionante che ricevo dal mio lavoro”
Mentre crea un’opera, il suo principale obiettivo è “far cogliere all’osservatore le varie sfumature che possono esistere nelle cose che ci circondano quotidianamente, che vediamo senza più guardare. Viaggiare con lo sguardo, immaginare, volare oltre i confini, attraversare i muri, entrare nelle cose; davanti a noi abbiamo un mondo di colori e forme che ci invitano a scoprirli”. Un’arte che però “deve essere anche pratica, concreta, tangibile: ecco perchè adoro applicare le mie opere a oggetti di uso comune”.
E dopo il “week-end della vita”, ora ha realizzato il più grande dei suoi sogni: “Vivere e lavorare ogni anno sei mesi in Piemonte e gli altri sei in Uruguay: così posso onorare, assaporare e godermi tutte e due le terre della mia vita”.  

Questo articolo  ha ricevuto una menzione d’onore alla V edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura, Storia e Ambiente

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